“È come se avessi trovato, nella Biblioteca che mi porto in testa, un romanzo intitolato ‘Anarchica la morte'”: lo racconta in questa riflessione Giordano Meacci, che nel suo nuovo libro narra il rapporto tra una donna misteriosa e un uomo che vive tra libri, quadri e ricordi. Per scriverne la storia, lo scrittore e sceneggiatore romano si appoggia a Balthazar Páramo, il suo “aliènimo”, che immagina essere l’autore del libro…
Alcune cose che da lontano posso dire su questo romanzo
Che s’intitola Anarchica la morte, certo. Come è evidente già dalla copertina.
E che l’ho scritto immaginàndomi un altro autore, argentino, del primo Novecento.
Pre-contemporaneo, direi; più che post-moderno.
Balthazar Páramo.
Un aliènimo, mi viene da chiamarlo, più che pseudonimo o eteronimo: che mi ha permesso di raccontare un’apocalisse già avvenuta attraverso una musica formale della sintassi.
Una musica della forma così come l’ho sentita.

Un’apocalisse già avvenuta
Perché.
È come se avessi trovato, nella Biblioteca che mi porto in testa, un romanzo intitolato Anarchica la morte (vedo lo scaffale, la rilegatura); e poi da lì, dopo averlo letto, affascinato dallo stile e dall’autore: avessi deciso di impossessarmi di tutte le opere descritte nella “Cronologia” preparata dal suo curatore.
Quell’ugualmente immaginato Roberto Dalcò che avevo già incontrato poeta e cultore di Bob Dylan quando avevo usato alcuni suoi versi per il lancio di una mia lettura teatrale.
Un’apocalisse già avvenuta; sì. Come nell’atto agìto di Lorenzaccio, o nella constatazione di Pablo Vicario nella Cronaca di una morte annunciata di Gabriel García Márquez: «è come se ci fosse già capitato».
E alla fine, però, posseduto dallo spartito di Páramo e guidato dalle cure fittizie di Roberto Dalcò.
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L’ironia, consapevolezza finale di una risata prima impossibile
Ho semplicemente scritto quello che volevo: come lo volevo.
Anche se sapevo, fin dall’inizio, che l’ironia non poteva essere che una componente sospesa e spesso apparentemente assente (come più acuta presenza al contrario); e incarnarsi, viste le premesse, solo nella consapevolezza finale di una risata prima impossibile.
Una risata in cui l’ironia in assenza, appunto, si nutrisse di certe pieghe nascoste nella cartapecora di Rabelais, in alcune fughe di Giordano Bruno (o di Schopenhauer, paradossalmente): nelle lezioni eterne di certe buffonerie in negativo del Chisciotte; in Mercuzio ― se non proprio nelle millanterie formali di Puck o della Regina Mab.
Volevo un autore che raccontasse un’apocalisse eternamente passata e in corso
Volevo insomma un autore che, alieno da me in quanto insieme a me umano: ritenesse possibile raccontare un’apocalisse eternamente passata e in corso (in progress, magari) perché eternamente presente.
E che però intanto mi ricordasse la struggenza sparsa (e spersa) di certi amori.
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The Straight Story e Il settimo sigillo; The Tree of Life e The Elephant Man e Brazil: Fantasmi a Roma e 8 ½ e La dolce vita e Un nuovo mondo e Brigadoon. E La strada.
E che alle immagini fondesse le pagine di William Butler Yeats e Jorge Luis Borges; Stephen King e Toni Morrison, Salman Rushdie e James Joyce e Gabriel García Marquez; Robert Graves e Olga Tokárczuk e Jon Kalman Stefánsson e William Shakespeare.
E poi la precisione digressiva di Javier Cercas, la guasconeria policentrica di Pennac. E il rigore filologico di Folena; e di Contini riletto da Carmelo Bene in colloquio, silenzioso, con Carlo Emilio Gadda. Cortázar; e Bolaño.
E Il Chisciotte insieme con Il Chisciotte (va da sé).
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In Anarchica la morte ho versato il ricordo e la memoria di ogni rigo che m’abbia innamorato
Questo volevo e questo ho chiesto a Páramo. Cosa poi ne sia nato: ecco: questo invece riguarda me.
Che, in oggetto, è anche l’incipit del mio cognome.
Un suono.
È una musica; e un gioco, Anarchica la morte.
In cui ho versato il ricordo e la memoria di ogni rigo che m’abbia innamorato – per come lo ricordo.
I versi di Dante, le terzine sotto la Maestà di Simone Martini, Salgàri; la prosa a spirale di Bouvard e Pécuchet, il genio storico del Nome della rosa e dei Promessi sposi, T. S. Eliot, Orlando, La lepre e Caproni. Pavese e Pasolini. Oscar Wilde.
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Nell’idea della traslazione (più che della traduzione) per righi di prosa delle loro musiche.
Non parlare, canta: così parla Zarathustra; ed è un po’ quello che ha fatto anche Balthazar Páramo.
Con lo stesso rigore incosciente e infantile di un Joyce che esclama, secondo la leggenda, «ecco, scoppia la guerra: nessuno leggerà il Finnegans».
Del resto – pare l’abbia detto Einstein – tutti sono sicuri che una cosa è impossibile. Finché non arriva uno sprovveduto che non lo sa: e la inventa.
Etimologicamente: la trova. Ci s’imbatte. Ci inciampa da un universo all’altro.
Magari nutrendosi di tutte le musiche che Balthazar Páramo avrebbe potuto ascoltare, mentre scriveva. Per cui il Parsifal di Wagner s’è fuso a Domenico Scarlatti; e a Mozart: e alla musica medievale (che accompagnava per iscritto le navigazioni di San Brandano e il reditus di Rutilio Namaziano che s’intrecciano nel romanzo).
E poi, naturalmente, il tango di Carlos Gardel.
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Anarchica la morte è gioco e scommessa
Ecco.
Anarchica la morte è un gioco. E una scommessa; un tratto di dadi che non abolirà comunque mai il caso.
L’idea che tutta l’arte amata nel tempo possa essere danzata in una musica di parole. Segreta, magari; ma insieme anche universale per chi voglia ballarla pagina per pagina.
L’idea che ci si possa innamorare di un sogno di un altro universo; e ascoltarlo fino alla fine.
Come qualcosa che fino a che non è apparsa non esisteva; e appena letta invece è come se esistesse da sempre.
Almeno: da quel lontano, inesistente e però vivo 1937 in cui Balthazar Páramo ha pubblicato il suo romanzo.
Questo che adesso – se vi va – potete leggere anche voi.
Anzi. Puoi leggere anche tu. (Sempre se ti va).
Giordano Meacci
(anche a nome e per conto del suo aliènimo
Balthazar Páramo)
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L’AUTORE* E IL LIBRO – Giordano Meacci è nato a Roma nel 1971. Ha scritto, tra gli altri, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (finalista nella cinquina del premio Strega 2016, uscito con minimum fax), Cittadino cane (Industria & Letteratura, 2022) e Acchiappafantasmi (minimum fax, 2023). Con Einaudi ha pubblicato nel 2018 Lui, io, noi insieme a Dori Ghezzi (compagna storica di Fabrizio De Andrè) e Francesca Serafini; ha contribuito anche alla stesura della sceneggiatura di Fabrizio De André – Principe libero (2018).
Anarchica è la morte è il suo nuovo romanzo (pubblicato da La Nave di Teseo). Mentre una donna passeggia nell’estremo Sud del Sud del mondo, un uomo, Vasco Natal Montero, la aspetta in una strana locanda dove vive tra rovine, libri, quadri e ricordi. Ma chi è davvero la donna? E in che rapporti sono i due?
La loro storia sembra essere già stata raccontata in un sogno lontano da un poeta argentino ribelle e romantico, Balthazar Páramo, negli anni ’30 del ‘900…
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Fotografia header: Giordano Meacci nella foto di Chiara Pasqualini