Chiunque ami leggere, nel corso degli anni, finisce per costruirsi una piccola o grande biblioteca del cuore, popolata da tutti quei testi che hanno cambiato il suo modo di vedere il mondo, e ai quali torna sempre con una certa emozione. Ma se ci chiedessero di spiegare a parole cosa li rende così speciali, saremmo davvero in grado di farlo? Abbiamo provato a formulare qualche ipotesi dando spazio a intuizioni ora più razionali, ora più sentimentali e ora d’autore, non solo per interrogarci sul piacere della lettura in sé, ma soprattutto per (ri)scoprire come si trasforma il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri grazie agli amori di carta in cui ci siamo imbattuti e ci imbatteremo nella nostra vita…

Li citiamo a memoria, ce li portiamo in giro, li sottolineiamo e risfogliamo all’infinito, sappiamo come sono fatti dentro e fuori, li prestiamo e consigliamo e regaliamo… Ma sapremmo spiegare qual è il vero motivo per cui amiamo i libri che amiamo?

D’istinto, magari, ci verrebbe da rispondere che il merito è di un perfetto mix di forma e contenuti, di un certo tipo di narratore, o dei temi, tòpos o trope che possiamo rintracciare al suo interno. E dello stile, naturalmente, così come di tutte le peculiarità che renderebbero impossibile non ammirare chi lo ha scritto.

Pensandoci su, aggiungeremmo che amiamo i libri che amiamo anche per gli argomenti su cui ci hanno spinto a riflettere, o per come ci hanno fatto sentire in un frangente ben preciso.

Ragazzo che sorride leggendo un libro in biblioteca

Sul piano scientifico, del resto, quando ci appassioniamo a un libro, rilasciamo una buona dose di dopamina, che genera in noi una certa euforia. I nostri livelli di cortisolo si riducono, aiutando la nostra mente a staccare la spina dalle preoccupazioni giornaliere, mentre l’ossitocina, la noradrenalina e la vasopressina intensificano la nostra devozione verso ciò che aveva cominciato ad attrarci.

Le aree cerebrali coinvolte fanno lavorare a pieno ritmo la nostra corteccia frontale, che ricostruisce i pensieri e le intenzioni dei personaggi, e l’amigdala funge da vero e proprio simulatore emotivo: in altre parole, diventiamo a tutti gli effetti “folli d’amore“, per citare la “poetessa dei Navigli” Alda Merini (1931-2009).

Ma può sul serio bastare questo a spiegare i nostri grandi amori letterari?

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T’amo senza sapere come, né quando, né da dove

Ospite al talk web Basement Café by Lavazza del 2021, lo storico e divulgatore (e Premio Strega nel ’96) Alessandro Barbero ha risposto alla domanda “Qual è la più grande storia d’amore di tutti i tempi?” menzionando commosso Il Maestro e Margherita (Garzanti, traduzione di Emanuela Guercetti), capolavoro di Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940).

Non a caso, sui social network, circolano numerose clip di lui che partecipa a conferenze, festival e salotti culturali raccontando del proprio trasporto per questo straordinario romanzo sovietico del ‘900.

Ed è stata proprio in una di queste occasioni che ha specificato di reputarlo il suo romanzo preferito “senza nessun motivo particolare, nel senso che i grandi amori non si spiegano“, inserendosi nel solco di un’antichissima tradizione che fa dell’ineffabilità dei sentimenti la propria colonna portante – pensiamo alle liriche di Saffo (630-570 a.C. circa), per esempio, o al Dolce Stilnovo medievale, fino ad arrivare al celebre Sonetto XVII di Pablo Neruda (1904-1973), in cui è contenuto il famoso verso “T’amo senza sapere come, né quando, né da dove“.

E, se a confessarlo è il poeta dell’amore per antonomasia, è davvero tutto dire.

Anche perché sarà capitato pure a noi, almeno una volta nella vita, di provare un coinvolgimento così spontaneo e viscerale da rimanere senza parole e argomentazioni per descriverlo a chi ci circonda.

Poi possibilmente, sui nostri profili online, proveremo comunque a stilare un elenco di motivi per cui andrebbe letto un libro che ci ha travolto dalla prima all’ultima pagina, e ne parleremo per filo e per segno con le persone che frequentiamo, ma continuando come a sospettare che la ragione più profonda del nostro colpo di fulmine non riesca a venire del tutto alla luce.

In tal senso, quantomeno, siamo in buona compagnia: “Più provo la specialità del mio desiderio, meno sono in grado di precisarla; il proprio del desiderio non può produrre altro che un improprio dell’enunciato”, fa infatti presente lo stimato critico letterario Roland Barthes (1915-1980) nei suoi Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi, traduzione di Renzo Guidieri).

E due filosofi come Slavoj Žižek (Lubiana, 1949) e Henri Bouillard (1908-1981) ci ricorderebbero che è naturale non essere capiti almeno in parte da chi ci ascolta, perché – come accade quando ci si misura con le prove dell’esistenza di Dio, che ci convincono solo se è già accesa in noi una scintilla di fede – determinati dettagli acquisiscono un valore sentimentale solo se siamo già innamorati di un libro, mentre per chiunque altro saranno delle caratteristiche né più né meno allettanti delle altre.

È l’amore a trasfigurarle, insomma, a renderle speciali e irresistibili.

E se allora, una volta appurato che nel nostro caso l’innamoramento è avvenuto, girassimo intorno alla fitta nebbia di entusiasmo da cui siamo avvolti per tentare di penetrarla meglio?

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Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Lasciandoci ispirare da Eugenio Montale (1896-1981), che nel componimento Non chiederci la parola chiosa con il distico “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo“, proviamo a partire da una domanda più circoscritta.

Non tanto “Perché amiamo i libri che amiamo?”, che è così assoluta da risultare spaesante, quanto piuttosto: “Cosa distingue questi libri da quelli che non amiamo?“. In cos’è che risiede lo scarto?

Ebbene: è possibile che ciò che non amiamo, quando leggiamo, non ci convinca del tutto perché avvertiamo una sorta di difformità tra noi e il testo, o perché non ne cogliamo appieno il centro di gravità.

Di conseguenza, innamorarci di un libro potrebbe significare l’opposto: incontrare un’opera che ci si al-linea, che entra in connessione con noi e di cui intercettiamo un aspetto quasi mistico, segreto e più alto, grazie al quale si formerà un vincolo diretto tra noi e il libro, o meglio, una vera e propria rete di “lacci“, come li definirebbe Domenico Starnone.

Charles Baudelaire (1821-1867) le chiamerebbe “corrispondenze“, Virginia Woolf (1882-1941) epifanici “momenti di essere“, Federico García Lorca (1898-1936) probabilmente “duende“. E tuttavia, nel suo De Morte, Ottiero Ottieri (1924-2002) evidenzia in merito: “Un punto è per me decisivo: quando l’umore altera, fino a stravolgerlo, il giudizio circa un libro, di altri o mio. Esso può piacermi o non piacermi a seconda del mio stato d’animo, in questo modo non so mai se è bello o brutto”.

Che l’a-more sia pure una questione di u-more è innegabile, se non siamo ben disposti e ricettivi non possiamo aspettarci che quel clic abbia luogo, anche se questo di per sé non è sufficiente a rendere un libro il libroLa prova del nove deve risiedere altrove, nella distanza di tempo e di stato d’animo che si frappone fra noi e il testo, e in una gran varietà di altri fattori contingenti per i quali potremmo alternare fasi di attaccamento e altre di distacco verso un libro che inizialmente aveva rispecchiato il nostro gusto.

Se invece non succede, se, nonostante tutto, quel preciso libro continuerà a convincerci e ad avvincerci, allora sì che potrebbe essere amore.

È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa…

Da qui deriva peraltro una riflessione cruciale: l’atto immediato di compenetrazione fra noi e un libro non coincide con il sentimento che svilupperemo nei suoi confronti. Resta un presupposto imprescindibile, che però va rinforzato dalla costruzione di una relazione.

Dopotutto, è durante la lettura che veniamo affascinati da un testo, e più andiamo avanti e più si consoliderà questo processo. Serve perciò fidarci e affidarci a un’opera letteraria per entrare in una dimensione di otium in cui il suo potere trasformativo possa sedimentare.

Nelle sue Città invisibili (Mondadori), Italo Calvino (1923-1985) paragonerebbe questa capacità al “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio“, mentre scrive Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) nel Piccolo principe (Garzanti, traduzione di Massimo Birattari), quando la volpe parla al protagonista dell’addomesticare per creare dei legami, e del fatto che prima di imparare a conoscersi non si sia che animali, persone e fiori anonimi, come un romanzo infilato tra una sequela di altri su uno scaffale lontano: “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante“.

E specie in un’epoca come la nostra, nella quale siamo compressi da obblighi e distrazioni di ogni sorta, perdere, anzi, sacrificare il nostro tempo – nel senso etimologico di renderlo sacro – in nome della lettura vuol dire fare nostro il paradosso più dolce e benefico del mondo: quello per cui, stando a quanto ci suggerisce Daniel Pennac in Come un romanzo (Feltrinelli, traduzione di Yasmina Mélaouah), “il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere“.

Non in termini cronometrici, ma nel senso che lo riscopriremo inspessito, impreziosito, perché leggere avrà portato a un nostro cambiamento interiore.

Se oggi amiamo i libri che amiamo, è quindi perché siamo loro grati del potere che ieri hanno esercitato su di noi, incoraggiandoci all’empatia, all’autodeterminazione, alla creatività. Perché, in cambio del nostro tempo, ci hanno offerto una prospettiva a cui altrimenti non avremmo avuto accesso.

Leggo, dunque sono

Certo, esaminare una per una tutte queste prospettive sarebbe impensabile. Finiremmo per diventare come il bambino che, secondo la leggenda, Sant’Agostino (354-430) avrebbe sorpreso su una spiaggia a raccogliere l’acqua del mare con una conchiglia, per versarla in una buca scavata nella sabbia.

In generale, però, possiamo ravvisare nei libri che amiamo qualche comune denominatore: risvegliano in noi la meraviglia di non avere ancora un’opinione, e di dovercene formare una in silenzio e a piccoli passi. Rispondono a domande che avevamo quasi dimenticato di tenere nel cassetto, mentre nuovi interrogativi ci prendono all’amo e ci costringono a industriarci per liberarci dalla presa.

Demoliscono i nostri miti e i nostri bias, come osserva Simone de Beauvoir (1908-1986), sballottandoci tra le ascisse e le ordinate dei nostri trasognamenti – “un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”, tuona non per niente Franz Kafka (1883-1924) nelle sue Lettere (Mondadori, traduzione di Ferruccio Masini).

E, prendendo in prestito i tre scopi fondamentali teorizzati da Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) a proposito della retorica, si dimostrano capaci non solo di docere e movere, ma anche di delectare – e cioè di ricorrere a degli stratagemmi calvinianamente leggeri per cui, nel leggerli, ci si ritroverà con un abisso nietzschiano dentro di sé e un sorriso a fior di labbra fuori di sé.

C’è chi scambia questo tipo di diletto per uno svago superficiale, quando in realtà non è che l’ennesimo strumento di autoindagine messo a nostra disposizione: “Penso, dunque sono“, decreta Cartesio (1596-1650) nel suo Discorso sul metodo (Feltrinelli, a cura di Riccardo Campi, E. Frigieri e Davide Monda), a cui potremmo affiancare “mi commuovo, dunque sono” e “rido, dunque sono“, per completare la triade e rimarcare il fatto che la nostra identità si compone di tutto quello che non ci lascia indifferenti.

Triade che, di fronte a un libro che amiamo, potremmo allora condensare in: “Leggo, dunque sono“.

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Ricordiamo, insieme ai nostri giochi d’infanzia, quelli di Proust

Ora: se un libro ci restituisce a noi stessi con più consapevolezza ed esperienza, è per offrirci uno slargo di vita in più, per aggiungere una corsia alla nostra strada individuale.

Ne è persuaso addirittura Umberto Eco (1932-2016), che in un contributo per la rubrica La bustina di Minerva (La Nave di Teseo) afferma: “Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra ricchezza rispetto all’analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) è che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissuto moltissime. Ricordiamo, insieme ai nostri giochi d’infanzia, quelli di Proust, abbiamo spasimato per il nostro amore ma anche per quello di Piramo e Tisbe, abbiamo assimilato qualcosa della saggezza di Solone, abbiamo rabbrividito per certe notti di vento a Sant’Elena e ci ripetiamo, insieme alla fiaba che ci ha raccontato la nonna, quella che aveva raccontato Sheherazade“.

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D’altronde, i libri che amiamo sono dei dispositivi catartici estremamente immersivi ed efficaci, e l’uso migliore che possiamo farne consiste proprio nel guardare a loro per stabilire a quale versione di noi fare appello ogni giorno – “il solo vero viaggio, il solo bagno di Giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi“, sottolinea lo stesso Marcel Proust (1871-1922) nella sua Ricerca del tempo perduto (Mondadori, traduzione di Giovanni Raboni), “di vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è”.

E ciò spiega come mai siamo così sensibili ai libri in cui ci rifugiamo quando la vita ci sta stretta, e che ci concedono “una momentanea tregua contro la confusione del mondo”, per dirla con Robert Frost (1874-1963).

Ci succede perché intuiamo che presto o tardi sapranno riportarci a ciò da cui scappavamo, aiutandoci a riscoprirlo in un’ottica più sfumata e sfaccettata. Oltre al fatto che, dopo aver cambiato aria per un po’, torneremo alla nostra quotidianità con un interesse per l’esistenza che (senza la parentesi di un buon libro da divorare) avremmo rischiato di smarrire lungo la via.

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Io sono solo, e loro sono tutti

Ma non è tutto qui, e per accorgercene ci basta tirare un attimo le fila del ragionamento che abbiamo seguito finora. Se da un lato, infatti, leggere ci induce a scoperchiare dei vasi di Pandora che ci appartenevano a nostra insaputa, dall’altro lato abbiamo appena ammesso che ci obbliga a calarci in situazioni che ci erano estranee.

Innamorarci di un testo equivale quindi a fare introspezione in maniera anti-ombelicale. A scavare in noi cercando anche ciò che è altro da noi, così da rimetterci in una postura di ascolto e umiltà rispetto al mondo.

Annota Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) in Memorie dal sottosuolo: “Io sono solo, e loro sono tutti“, che quando usiamo un libro come ponte si converte in “io sono solo”, in quanto creatura unica, “e noi siamo tutti“, in quanto accomunati da un’irripetibilità che non possiamo che esplorare insieme, vivendo sullo stesso pianeta nella stessa epoca storica.

Quand’è così, va da sé che, attraverso la lettura, la vita finisca per sembrarci un fil rouge che trascende la nostra persona, e che nonostante ciò ci riconosce come parte integrante (e integrata, e imprescindibile) di un “tutto” collettivo. Lo sostengono Arthur Schopenhauer (1788-1860) e Friedrich Nietzsche (1844-1900), lo riprendono Hermann Hesse (1877-1962) nei suoi romanzi e Walt Whitman (1819-1892) nelle sue poesie, e nel corso del ‘900 sempre più intellettuali approdano alla medesima conclusione.

Jorge Luis Borges (1899-1986) parla del libro come di un asse di innumerevoli relazioni; per Italo Calvino, come riferisce Asor Rosa (1933-2022) nel suo Ultimo paradosso (Einaudi), al fondo della letteratura risiederebbe “una sostanza mitica, che ha a che fare con la parte più profonda, germinale, della natura umana […]”; mentre Simone Weil (1909-1943) crede che l’essere umano debba trovare il suo radicamento all’interno di una comunità, e che la lettura lo faciliti a intessere questo legame.

“La poesia non parla di / non dice qualcosa su / ma parla con“, leggiamo inoltre in Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro (Aragno edizioni) di Beppe Sebaste (1959-2026) a questo riguardo. E “il bisogno di leggere, questo bisogno che Bichsel definisce ‘corporale‘, non è […] qualcosa che finisce in sé stesso”, ci indica Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) ne L’abbandono – Racconti degli anni Ottanta (Bompiani), “è qualcosa che ci spinge verso gli altri“.

Spunto che fa il paio con un noto passaggio della lettera indirizzata da Cesare Pavese (1908-1950) a Fernanda Pivano il 30 maggio del 1943: “La Solitudine che lei sente, si cura in un solo modo, andando verso la gente e ‘donando’ invece di ‘ricevere'”.

Salvando due volte quello che sanno

Cosa saremo nelle condizioni di donare, tanto a parole quanto a gesti, giustamente dipenderà da noi. Ma non c’è dubbio che i libri che amiamo siano un viatico nel nostro percorso di integrazione con la realtà di cui facciamo parte.

Il che, riflettendoci, aggiunge una freccia niente male al nostro arco di risposte: amiamo i libri che amiamo non solo perché fanno sentire amati noi che ci immergiamo fra le loro pagine, ma anche perché risvegliano la parte del nostro animo che saprà mettere quell’amore al servizio degli altri.

Qualcuno obietterebbe che può non essere così scontato stabilire a chi riservare i nostri slanci, eppure è la lettura stessa a fornirci nuovamente la soluzione, dal momento che più la praticheremo e più avremo la sensazione di poterci immedesimare essenzialmente in chiunque, di non essere estranei a nessuna pulsione, di condividere con ogni Edmond Dantès, Anna Karenina, Don Chisciotte, Lucia Mondella o Jay Gatsby là fuori almeno un briciolo della nostra umanità.

L’attività della lettura assomiglierà così a quella di un faro che gira – e che, posandosi ciclicamente sulle persone e le cose che troverà nei paraggi, proietterà su di loro una luce inedita, offrendo più cognizione di causa anche a noi. Dopodiché, dalla comprensione all’azione il passo è breve, ed è un attimo che i libri che amiamo riescano a diventare delle vere e proprie armi di riscatto sociale, quando non addirittura di militanza politica.

Ne sono convinti Pier Paolo Pasolini (1922-1975), Jean-Paul Sartre (1905-1980), George Orwell (1903-1950), e Bertolt Brecht (1898-1956), giusto per citare alcuni dei più autorevoli sostenitori di questa posizione, per non parlare naturalmente dell’intera letteratura femminista internazionale, che va da Christine de Pizan (1364-1430) e Gaspara Stampa (1523-1554) fino a Carla Lonzi (1931-1982), Angela Davis, Judith Butler, bell hooks e alle più giovani attiviste dei nostri tempi.

E a sintetizzarlo in maniera particolarmente brillante è la scrittrice e insegnante congolese Ève Guerra in Rimpatrio (Feltrinelli Gramma, traduzione di Anna D’Elia), il suo romanzo d’esordio, nel quale dichiara: “La letteratura fornisce le chiavi del mondo a patto di essere in grado di interpretarlo, salva solo perché reinserisce l’individuo in una dimensione collettiva e di trasmissione, ed è quella la salvezza che passa attraverso la letteratura: fare di noi degli individui tra gli altri uomini, ‘salvando due volte quello che sanno, trasmettendolo‘ (Beauvoir)”.

Nella foresta senza più sentieri

A questo punto, però, è d’obbligo una precisazione.

Pur ammettendo di trovare convincenti le ipotesi articolate finora, non potremmo comunque giungere alla conclusione che nei libri che amiamo debba allora risiedere un’imprescindibile Qualità con la maiuscola, come quella che teorizzano i protagonisti del romanzo cult Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (Adelphi, traduzione di Delfina Vezzoli) di Robert M. Pirsig (1928-2017).

O meglio: potremmo farlo, ma a condizione di avventurarci su un terreno scivoloso, perché giustificare le nostre preferenze appellandoci alla Qualità delle opere che abbiamo a cuore non spiegherebbe come mai i libri che amiamo differiscano radicalmente da persona a persona, appartengano alle tipologie più disparate e non abbiano mai messo tutti e tutte d’accordo.

Se il valore intrinseco di un’opera letteraria si potesse deliberare a tavolino, compilando una griglia di voci e assegnando una valutazione numerica a ogni criterio, sarebbe un altro paio di maniche; laddove invece, non potendo contare su dei parametri misurabili e approvati all’unanimità, ci tocca forse scendere a patti con l’idea che i nostri colpi di fulmine, per quanto magari sviscerabili perfino più di quanto siamo riusciti a fare finora, debbano dipendere anche da un più elaborato sistema di affinità elettive.

“Ciò che lascia ancora fantasticare è la quantità e l’intensità delle spinte oscure che ci hanno così diretti verso un nome, un fatto, un personaggio piuttosto che verso un altro”, rileva dal canto suo Marguerite Yourcenar (1903-1987) in Come l’acqua che scorre (Einaudi, traduzione di Maria Caronia), “ma qui entriamo nella foresta senza più sentieri” della soggettività.

Un po’ come se ogni libro nascondesse al suo interno un punto sfrangiato, che qualcuno di noi riesce a volte ad acchiappare mentre legge, e che ci dà la possibilità di risalire pian piano al resto della sua “trama“. Può capitare che d’un tratto catturi la nostra attenzione e ci trascini con sé, o che al contrario ci risulti invisibile fino all’ultimo e non ci traghetti da nessuna parte: due eventualità che dipendono da una serie di variabili a dir poco incalcolabili, e pertanto impossibili da ricondurre al solo concetto di Qualità.

Che sotto sotto i nostri grandi amori letterari siano dunque destinati a restare inspiegabili? In realtà, sì e no. “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce“, ci ricorda a buon diritto Blaise Pascal (1623-1662) nei suoi Pensieri (Garzanti, a cura di B. Nacci), e sarebbe improponibile ambire a scandagliarle con i mezzucci verbali a nostra disposizione.

E tuttavia fino a una certa soglia siamo riusciti ad arrivare, ridando ordine al caos e mettendo a fuoco diversi aspetti del discorso. Non possiamo pretendere che questo fuoco bruci via tutti i misteri sovra-cognitivi e del sub-conscio con cui facciamo i conti quando leggiamo, e va bene, ma possiamo pur sempre servirci della luce che abbiamo acceso per continuare a spostare via via più in là il confine dell’esprimibile.

Lo faccia ciascuno a suo modo, come piacerebbe a Luigi Pirandello (1867-1936), e in base alle proprie inclinazioni: l’importante è che la luce a cui ci si affida rimanga tenue, che disveli ma non accechi. Il suo compito, infatti, non deve essere quello di investirci, bensì di rendere più chiaro il rapporto che potremmo instaurare con i testi che avremo fra le mani, senza toglierci il piacere di perderci fra le sue zone d’ombra.

Perché amare i libri che amiamo richiede curiosità e spirito critico, ma anche una buona propensione ad abbandonarci al loro ignoto incanto, consapevoli che esistano pochi passatempi più stupefacenti e al tempo stesso più squisitamente inutili di questo.

Parola, ancora una volta, di Italo Calvino, che in Perché leggere i classici (Mondadori) ci consegna una riflessione applicabile, di fatto, a qualsiasi libro di ieri e di oggi in grado di farci battere (in)comprensibilmente il cuore:

Non si creda che i classici vanno letti perché «servono» a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’».

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Fotografia header: Getty Images, 8/10/2025

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